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mercoledì
dic 03
Miserere.  PDF Stampa E-mail
Recensioni Narrativa
Scritto da pazienteinglese   
martedì 15 maggio 2007
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Cristina Zagaria
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Descrizione
Recensioni
Autore: Cristina Zagaria
Editore: Flaccovio
Parlare di libri è operazione complessa. Bisogna cogliere i segni lasciati dalla storia raccontata dietro le pagine e le sensazioni che l’autore vi ha trasmesso dentro. A volte, come in questo caso, è anche operazione delicata, una sfida alla sensibilità.
Cristina Zagaria, giovane cronista di nera di Repubblica ha scritto un libro "terribile", Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato.

Il libro è scritto così bene, che trasporta nel buio di una mente profondamente sensibile, ogni pagina un tassello appuntito, ogni rigo un pezzo di vissuto. La trama avviluppa nel cammino irto di tensione di una donna minacciata, temuta, poi dimenticata. Il suono è quello di una nota stonata, suonata al piano infinite volte. Armida Miserere entra in un carcere a ventotto anni, nel 1984, da vicedirettrice, non ne esce che per rari momenti di pace, di umanità “altra”, di vita privata, sua. È di Casacalenda la famiglia di Armida, lì c’è il suo nido, i suoi amici di sempre. È una donna con una marcia in più. La penalizzazione di genere la affronta con determinazione, ironia ed efficacia. Quando nel 1996 dirige l’inferno dell’Ucciardone a Palermo e taglia il vitto da re riservato ai superboss della mafia, alle critiche del personale risponde: sono una donna, mi occupo di cucina.
L’esistenza è stata spietata con Armida Miserere. Nulla le ha risparmiato. Il dolore soprattutto, quello cupo e profondo, le perdite mai sanate, perchè senza spiegazioni. Il compagno di vita ucciso nel 1990, un attentato che oggi ha esecutori materiali decretati da sentenze, e mandanti individuati. È stato ucciso perché, come Armida aveva capito e aveva tentato di dimostrare, era arrivato nella zona d’ombra in cui gli apparati statali incontrano le mafie e giustificano queste protezioni scellerate con mai provati interessi superiori. In mezzo ci sono state calunnie, insulti che sono ingiuria sulla memoria di un uomo perbene che in carcere faceva l’educatore. In mezzo c’è stata una donna e il suo maledetto mestiere. Armida ha battuto la testa per anni contro i muri di gomma, intercapedini della nostra Repubblica pronte a celare, a far scendere il velo nero del silenzio. Un lavoro sempre più duro, spersonalizzante, arrabbiato, inquinato da chi l’ha tradita. Un calvario che spezza il cuore di chi le vuole bene. Gli amici, il fratello, la vedono accasciarsi sul suo destino, assecondarlo con una dura consapevolezza. Vinta senza motivo, Armida decide che è stanca, troppo, ed è ora di riposare. Quattro anni fa. Così vicino a Casacalenda, a Sulmona. Un altro modo di raccontare una decisione così crudele non riesce a venire fuori, trattenuto dentro dal pudore e dal rispetto per la vita, anche quando questa sceglie di non esistere più.
I libri bisogna leggerli con gli occhi, il tatto, lo stomaco. Bisogna piangere, leggendo questo libro, e ammetterlo senza vergogna, perché di nulla c’è da vergognarsi. Armida è quella bella ragazza davanti a noi, accartocciata e cocciuta. È persona vera, reale, non un personaggio di un thriller scritto bene. La verità ha proprio mille facce, non le vedremo mai. Quelle evidenti sono quasi sempre quelle che fanno male. O quelle scoperte pagando prezzi inaccettabili. Una di queste è che, al di là delle vicende delle singole persone, il nostro è uno Stato infedele. I suoi servitori, i migliori, li butta in strada con tante parole, menzioni, promozioni, ma al momento del bisogno l’Istituzione con loro non c’è, ha troppo da fare con i segreti di Stato, quelli onorevoli e quelli disdicevoli.

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