Recensioni
Narrativa
La matta bestialità | La matta bestialità |
|
|
|
| Recensioni Narrativa | |
| Scritto da Rita Iacobucci | |
| domenica 06 maggio 2007 | |
|
Descrizione
Giorgio Todde è Un oculista che guarda la realtà con occhi raffinati e affinati. Scrive da anni, ma pubblica pochi romanzi. Ogni opera è un appuntamento. Ogni storia è un affresco. Il primo romanzo, Lo stato delle anime, Il Maestrale 2001 e Il Maestrale/Frassinelli 2002, ha vinto numerosi premi ed è stato tradotto in Francia, Germania, Olanda. Paura e carne, Il Maestrale 2003, prosegue le vicende del personaggio Efisio Marini, imbalsamatore dello scorso millennio a cui l’autore restituisce vita, improvvisandolo investigatore.
La matta bestialità, edizioni Il Maestrale, 2003, invece, inaugura un nuovo filone narrativo. Una Sardegna autentica e caliginosa. Sfuggente e maliziosa. Sulla scena disegnata si muovono uomini e donne impossibili. Eppure tangibili, paurosamente verosimili. Un meteorologo, Ugolino Stramini, che predice il tempo e il futuro. Una morte inspiegabile, che inaugura una serie di crimini talmente crudeli che la mente quasi le rifiuta. Come avrà fatto lo scrittore a renderle così bene, senza inorridirne? Una donna inquietante. Un poliziotto improbabile, terrorizzato dalla moglie, innamorato delle parole, l’unico con la vista non offuscata, l’unico senza sovrastrutture. L'azzardo inedito di ricostruire ex novo un canto dell'inferno di Dante, prendendo lo spunto e il titolo dal XII canto, quello vero, in cui Virgilio ricorda al Sommo la suddivisione dei peccati dell'Etica di Aristotele: "incontinenza, malizia e matta bestialitade". Todde ha una sottile capacità di stupire, di stracciare le convinzioni di chi legge. La potenza di chi, dal retro di una porta che non vedi, si affaccia, “cu cu!”. Un soprassalto, non può essere. E invece è. Offre il piacere di leggere un linguaggio severo, fortemente evocativo, ricercato, ma non altezzoso. Immaginiamo che parlino così i sardi, noi del Continente.
Il cuore del libro.
“La città si ipnotizzò a ferragosto. Restò catatonica per giorni. Il barometro indolenzito segnava stabile e pareva che anche la stratosfera, quella bassa e quella alta, fosse rassegnata a lasciare le stesse nuvole rade e cotonose ogni giorno allo stesso posto. Così tutto divenne ripetizione. Anche i giornali pubblicavano ogni giorno la stessa notizia del Canto ritrovato. Ma la canicola era sopportabile e non lesionava le teste. Stagnare è comodo e la gente non stava tanto male. A Ugolino, ispirato, la città smidollata sembrava presa da un incantamento. C’è da dire, però, che l’incantamento, semmai, aveva preso lui ed Emilia e che il vitino da levriero di Ugolino aveva innamorato lei definitivamente e che lei era tanto commossa da emanare luce come una lanterna. Quella della città, invece, era proprio noia e non incantamento”. Recensioni utenti Non ci sono recensioni degli utenti. Accedi o registrati per scrivere una recensione. |
|
| < Prec. | Pros. > |
|---|