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Recensioni Saggistica
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Trombetti Caterina
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Descrizione
Recensioni
Autore: Trombetti Caterina
Editore: Passigli

“Il pubblico dunque, anche quello che continua a conservare in fondo al cuore l’arte di Massimo, si trova ad essere privato della confortante sensazione che le tracce di quell’arte abbiano germogliato in un abbozzo di coscienza. È così che la memoria genera il mito, sul cui asse si muovono, indifferentemente, il ricordo e la dimenticanza.” Comincia così, più o meno, il percorso a ritroso circa la poetica di uno che sarebbe potuto diventare il massimo esponente del cinema italiano, ma considerando la durata tanto breve della sua permanenza nel mondo dello spettacolo, ha saputo dare molto più di tanti veterani del mestiere.
Sotto spunti del teatro della ragione tragica del comico di Eduardo e dello stupor, della meraviglia del diverso del teatro di Totò, nasce questo personaggio dal talento istrionico, che lotta col senso di inadeguatezza che lo pervade, che gli impedisce di dare una conclusione alla “parola”.
Utilizzando parole dell’autore “dove non c’è spazio c’è la parola, dove non c’è tempo c’è il teatro”.  Ed è da questo concetto che parte la decisione di Troisi di fare cabaret, come provocazione del teatro, come periferia del teatro. Il cabaret, per l’appunto, come spettacolo di un teatro non-nato. La Smorfia, gruppo nato con Lello Arena e Enzo de Caro, ha come scopo la distruzione non intenzionale della parola, ma rivisitazione di questa, reinterpretazione, il rifiuto di darle un unico senso. E i momenti di divertimento non sono conclusioni di un discorso, bensì momenti di riflessione, punti di dubbio e di domanda. Come se il loro modo di fare teatro fosse la solita musica di Napoli arrangiata da un nuovo strumento.
E il senso di appartenenza partenopeo di Massimo è fin troppo radicato in lui, nei suoi ideali, nella sua vita e nel suo pensiero, da non portarlo costantemente nelle sue opere: la periferia diventa simbolo dell’uomo lasciato solo a se stesso, nella sua miseria, dimenticato dallo Stato, che non riesce a prendere posto nel Mondo, capace solo di ridere, riflettendo, della sua condizione.
La sua comicità infatti è prodotta dall’impossibilità del soggetto di adeguare un dentro troppo presente ad un linguaggio capace di definirlo. Ed è questo uno dei capisaldi della sua poetica, l’interruzione d’essere, che relega in un abisso i due interlocutori, separati da cesure troppo estese, che non sono né due né uno; due persone una di fronte all’altra che non riescono a parlare perché non sanno dare forma, spaziare dai gesti alle parole, per esprimere i loro sentimenti, e si chiudono nel silenzio, nei discorsi interrotti, nelle frasi incomplete. Diventa la relatività lo strumento di comunicazione.
Non mancano nei suoi film cenni all’amore, come dispersione, spreco, fantasia, gioia, inquietudine, ansia; dove l’uomo e la donna vivono su emisferi separati, senza possibilità di contatto; nel quale c’è compenetrazione e non comprensione, invasione e non collaborazione. La sapiente trattazione del modo di fare cinema di Massimo Troisi è accompagnata da brevi stralci delle sue opere, in cui è intervenuto come regista o semplicemente attore, e da una dettagliata analisi delle suddette. Il linguaggio è abbastanza erudito, e la lettura non si rivela dal principio di facile comprensione. Non è di certo uno di quei libri da leggere sotto l’ombrellone tra un sudoku e un “novella tremila”. Lo consiglio spassionatamente, ad ogni modo, agli amanti di Troisi e della comicità. Rende chiarissimo causa minuzia di particolari e descrizioni, il saper fare teatro, e la parola, come soggetto che si impossessa dell’uomo più che come strumento di socializzazione. Adelaide Ciampa

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