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Lavorare stanca  PDF Stampa E-mail
Recensioni Narrativa
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Pavese Cesare
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Descrizione
Recensioni
Autore: Pavese Cesare
Editore: Einaudi

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio...
Così si apre la raccolta Lavorare stanca, con quelle colline che avranno un’importanza fondamentale nelle opere di Pavese e all’ombra delle quali sembra quasi volersi nascondere, protetto, come in un ventre materno, rifuggendo gli amici e le luci della grande città. Sempre più solo e lontano dal gusto poetico dell’epoca, quello ungarettiano, tanto per intenderci, lascia al di là delle Alpi i dogmi dalla poesia pura di stampo francese (solo Baudelaire lo avvince) per adottare una tecnica poetica di matrice anglo-americana; ma nonostante Lavorare stanca sia probabilmente ispirato alle Leaves of grass di Whitman, il risultato è comunque diverso. La realtà che si legge in Lavorare stanca infatti, a differenza di quella del poeta americano, è fortemente contrastante, descritta da chi sembra solo osservarla, con un vocabolario ripetitivo, spesso dialettale. I temi sono la città e la campagna, gli uomini e le donne, la terra e il sangue… ma da tutto questo amalgama di elementi quello che risulta è un poema denso, dalla struttura forte, compatta. Lo stesso Pavese scrisse di aver voluto, con le sue poesie, includere in un’unica struttura, la ritmicità della musica, le immagini e i colori della pittura e la descrizione tipica della prosa per trasformare ogni singola poesia in una microstoria, una sorta di poesia-racconto. Ed ecco che spiccano tra le pagine di Lavorare stanca,  figure cittadine di una Torino che affonda nei sui vizi (le prostitute di Pensieri di Deola, Gente che non capisce, Due sigarette, Cattive compagnie), una Torino che non è soltanto quella della Fiat, florida ed industriale, bensì una città scura, livida, una sorta di Parigi post rivoluzionaria (Rivolta) frequentata da ubriachi, reduci di guerra, clochard; immagini contrapposte a quelle di una campagna che invece racchiude in se qualcosa di selvaggio, una campagna che è tranquillità apparente ma soltanto di giorno e che si trasforma di notte in qualcosa che spaventa, in qualcosa di inumano. E’ il luogo della corporalità, del contatto viscerale con la natura (Paesaggio III, Mania di solitudine) a volte benigna, ma spesso spietata (Mari del sud). E lo sanno bene le donne di campagna, figure solide, fondamentali, ma silenziose, sottomesse alla forza e all’autorità maschile (Antenati). Ed è qui che si manifesta quel "misogino virilismo", che è fondamentale considerare nell’analisi della figura di Pavese, con la sua ansia mai risolta di dover essere "uomo", di volere la normalità, una donna, una famiglia (Lavorare stanca). Riccardo Forte

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