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Lo Stregone - La prima vita di Indro Montanelli | Lo Stregone - La prima vita di Indro Montanelli |
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| Scritto da Redazione | |
| lunedì 19 febbraio 2007 | |
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Descrizione
Non è la prima biografia di Indro Montanelli che mi capita di leggere. Ma è senz’altro la prima che abbia la fondata pretesa di essere storiografica. “Lo Stregone- La prima vita di Indro Montanelli” di Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, edita da Einaudi per la collana Gli struzzi, è infatti basata quasi per intero su documenti, anche inediti; senza alcun appiglio a segmenti di vita vissuti dagli autori insieme al giornalista. Ciò ovviamente non è un male ed è in questo caso una scelta obbligata vista l’età degli autori ed il periodo storico di riferimento; in realtà è proprio così che un’opera storiografica andrebbe scritta. Ma il fatto che Indro sia morto da “soli” cinque anni lo aveva fino ad ora impedito. Altro elemento di novità che mi pare emerga rispetto ai precedenti scritti è il taglio strettamente e puntualmente critico che i due autori hanno voluto dare all’opera; privilegiando però, a mio giudizio, più la critica all’uomo che non al giornalista; con il rischio sempre vivo in questi casi di esprimere giudizi di valore su avvenimenti accaduti tanti anni prima, adoperando la lente deformante del metro di giudizio tipico dei giorni nostri. E’ questo il caso, per esempio, dei documentati contatti di Montanelli con le gerarchie del regime fascista (fra tutti Giuseppe Bottai) – cosa del resto sempre ammessa da Indro – od il soffermarsi degli autori, con il piglio - almeno apparente - dell’inquisitore, sul contenuto di articoli scritti in pieno ventennio. Indubbiamente però quest’opera einaudiana ha il grande pregio di coprire documentalmente un intero periodo della nostra storia – dal 1909 (anno di nascita di Indro Montanelli) al 1957 (anno di morte di Leo Longanesi) – e di farlo con un intenso lavorio di ricerca esteso ad ampio raggio, coprendo cioè, anche gli spazi contestuali in cui il protagonista fu costretto a muoversi. L’opera, inoltre, e non potrebbe essere diversamente, pur essendo limitata al 1957 – con l’obiettivo dichiarato dagli autori di cimentarsi in un secondo volume dedicato agli ultimi anni di vita di Indro – quando le circostanze lo richiedono fa anche degli indispensabili balzi in avanti, andando a coprire persino avvenimenti vicini ai giorni nostri. Come sempre accade a chiunque voglia tentare di capire la mentalità o semplicemente lo spirito di un uomo, e necessario contestualizzare l’azione del protagonista in un preciso arco di spazio e di tempo e, soprattutto, analizzare da vicino i maestri o, semplicemente, i compagni di strada capaci di influenzarlo. Ed è ciò che gli autori hanno saputo mirabilmente fare. Si è già accennato alla copertura documentale del periodo storico in cui Montanelli si trovò ad operare: dall’ascesa del fascismo alla guerra d’Africa, dalla Seconda guerra mondiale alla resistenza ed alla guerra fredda. Determinanti poi, per comprendere appieno l’autore, i puntuali riferimenti ai suoi maestri e mentori: da Berto Ricci, ad Ugo Ojetti, da Aldo Borelli a Leo Longanesi ed a Giuseppe Prezzolini; inquadrati perfettamente nel libro nel loro essere parte essenziale della vita professionale – e non solo - del protagonista. Impossibile capire a fondo la mentalità di Montanelli senza tenere in grandissimo conto tali personaggi; non a caso il libro termina proprio con la morte di Leo Longanesi, vero spartiacque dell’esistenza di Indro. Il libro si sofferma pure sugli aspetti più privati della vita dell’uomo – limitatamente, s’intende, a quanto dalle fonti documentali, e solo da quelle, è stato dato di riscontrare. Ma è soprattutto a quanto del suo modo di essere si riflette nell’opera del giornalista e dello scrittore che gli autori hanno voluto guardare, pur con le sottolineature ed i giudizi di valore, spesso velati o comunque sottintesi, alle inevitabili cadute che un uomo vissuto in un regime totalitario si è trovato ad affrontare. Ed è qui che emerge l’aspetto più importante dell’opera di Montanelli. O meglio: l’aspetto determinante nella formazione di una mentalità, sempre e comunque controcorrente, che lo accompagnerà fino agli ultimi giorni della sua lunga vita. Sostenitore sin da ragazzo del regime littorio, se ne comincia a discostare alla fine della guerra d’Africa – per la quale partì volontario – fino ad intraprendere una sottile attività di fronda che gli costerà l’espulsione dall’albo dei giornalisti (poi riammesso), il ritiro della tessera del partito (mai più richiesta), l’esilio forzato in Estonia ed infine il carcere e la condanna a morte ad opera dei tedeschi, dalla quale si salvò per il rotto della cuffia. Non fu un membro effettivo della resistenza Montanelli, né un oppositore a muso duro del regime. Egli si proponeva, forse ingenuamente, di cambiare il fascismo dal di dentro, con un’abile e ben sostenuta (in ciò anche da Leo Longanesi) attività di fronda. Certo ormai aveva cessato definitivamente di essere fascista. Ma, finita la guerra, egli non divenne nemmeno antifascista anzi, come lui stesso si definiva, fu un agguerrito anti-antifascista. Con un ossimoro lui stesso di definì sempre anarco-conservatore; in realtà fu un vero liberale attaccato ai valori della vera Destra. Una Destra forse idealizzata e mai esistita, ma certamente determinante nella sua continua lotta ad ogni tipo di comunismo. Anzi, come ha sempre sostenuto, all’unico comunismo, perché ne esiste di un solo tipo, quello dittatoriale. Questo, naturalmente, sebbene lo portasse sempre su posizioni minoritarie e, per definizione, controcorrente, non gli fece mai perdere la sua ferrea onestà intellettuale, tanto da indurlo a votare clamorosamente a sinistra durante le ultime elezioni a cui prese parte, quelle del 2001. Verve polemica, spirito controcorrente e, soprattutto, grande dignità di uomo e di professionista furono un tutt’uno con la sua vera e mai celata lotta personale: quella combattuta per salvare dall’oblio la sua generazione, in un contesto in cui solo l’antifascismo veniva considerato come un valore. Certamente fece molto discutere durante tutta la sua lunga carriera di giornalista e di scrittore. Ma su un punto tutti i critici ed anche i suoi nemici personali furono sempre d’accordo. Indro Montanelli fu un grandissimo giornalista, forse il più grande. Un maestro tutt’oggi ineguagliabile. Ma fu soprattutto un uomo libero, incapace di sottomettersi a qualunque padrone e, soprattutto, di farvi da tromba; anche a costo di rimetterci personalmente (lasciò la direzione de il Giornale nel momento di maggiore successo del suo proprietario, Silvio Berlusconi). Fu un vero liberale, inteso, il liberalismo, come un modo di essere e non come un partito politico. Nella sua professione non scese mai a compromessi: per questo rinunciò alla carica di senatore a vita ritenuta incompatibile (lui precursore ante litteram della lotta ai conflitti di interesse) con l’attività di giornalista politico. Forse fu anche un sognatore, soprattutto nella sua vagheggiata idea di una Destra di tipo anglosassone che non teneva nel dovuto conto, ahinoi, dei soggetti che avrebbero dovuta incarnarla: gli italiani. Si, ad un certo punto, emulo di Giuseppe Prezzolini, fu un anti-italiano. Ma un anti-italiano non rassegnato né disimpegnato, a differenza del fondatore della società degli apoti. Si sforzò sempre di essere un testimone, mai un protagonista. E certamente non fu, a differenza di ciò che disse a Tiziana Abate nella stesura della sua autobiografia, soltanto un giornalista. Fu molto di più. Ricordava spesso i timori di Ugo Ojetti, secondo cui gli italiani sono un popolo di contemporanei, senza antenati né posteri, perché senza memoria. Timori, oggi, del tutto infondati: la notevole pubblicistica su di lui dimostra che il grande Indro è tutt’altro che dimenticato. Per questo l’opera di Gerbi e Liucci è molto importante: non solo contribuisce – per quanto non ve ne fosse bisogno - a salvare dall’oblio Indro Montanelli, ma soprattutto pone il grande giornalista in un’ottica strettamente storiografica, conducendolo per mano nel tribunale della storia il quale, esso solo, sarà d’ora in poi competente a giudicarlo. Girolamo Lazoppina Recensioni utenti Non ci sono recensioni degli utenti. Accedi o registrati per scrivere una recensione. |
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