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Recensioni Saggistica
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Albertini Normanna
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Descrizione
Recensioni
Autore: Albertini Normanna
Editore: Chimienti

Non un romanzo, non un saggio storico; una testimonianza.
L’oro, ma meglio il desiderio dell’oro, che circola in forma di serpe nelle regioni e nelle corti di un tardissimo Medioevo; l’ansia della novità e della ricchezza; i sogni, gli incubi e le nenie delle esperienze intime della coscienza e quelli nascosti e mai rimossi dell’inconscio; le folle e i gruppi fanatizzati; il Potere; odor di cera e di pece nelle segrete dei tribunali inquisitoriali.
Senz’altro un’ambientazione inconsueta.
Malfante a Tuat; Colombo che viene e che va; Torquemada, il Malleus maleficarum. Si viaggia spinti da smanie di beni tangibili e materiali, mai intellettuali e spirituali. Si governa per sorvegliare l’integrità della propria potenza, non mai per la serenità degli altri.
E, sopra tutto e tutti, quest’incredibile Elvira, che tien testa al terribile Inquisitore e lo invaghisce di sé (strega?), rivelandogli la povertà, l’assenza di carità del suo essere e della sua mente.
Incredibile Elvira: finissima esegeta, più fine dei giudici teologi; più “affocata” di Margherita La Porète, più determinata di Giovanna d’Arc.
Carità contro integralismo.
Da dove nasce la carità? Da un’esperienza ereticale? Da una natura ereticale? Dall’eresia in astratto? È la carità a sua volta fondamentalista?
Uno scritto, una sceneggiatura che invita al pensiero, più che al godimento letterario. In antico, prima dei tempi di Achille e di Odisseo glorioso, a Zeus pensiero complesso venne il desiderio di sapere quale fosse il centro esatto delle terre. Lanciò in volo allora, una dall’aurora, una dal tramonto, due aquile. Ed esse volarono lungamente e stanche si incontrarono e si fermarono sulla vetta del monte Parnaso, là dove, finalmente, fu accertato il centro, l’ombelico, l’onfalo del mondo e di tutte le terre, a Delfi.
Qualche turista ancora oggi si fa fotografare nell’atto di toccare e abbracciare quel punto centrale pietrificato. Ricordo di averne sentito anch’io la tentazione, alcuni anni fa, ma poi preferii come sfondo al souvenir il donario tarantino.
Il centro del mondo.
Qualcuno ha detto che era un’insensatezza pretendere che si potesse trovare il centro sulla superficie di una sfera. Ma non è poi una tanto grande insensatezza se per così lunghi secoli sembra che non si sia fatto altro che cercare, e trovare, determinare e moltiplicare i centri del mondo. Penso che a bene considerare oggi se ne potrebbero contare intorno ai sei miliardi.
Sei miliardi di ombelichi sono un’esagerazione. Ma per qualcuno, anche parlando fuori di metafora, non lo è. Sembrerebbero infatti tendenze connaturate all’uomo, l’antropocentrismo e l’etnocentrismo. Qualche altro (e io sono di questo parere) dice che non fanno parte della natura, ma della storia; e che sono il risultato della vocazione identitaria (il problema è di stabilire quanto lo sia collettiva, o di gruppo o individuale) che si evolve fuori di misura in ambienti fortemente competitivi. E questo è comune non solo agli individui, o ai popoli, ma anche a tutto ciò che di materiale o ideale e di spirituale li associa in modo più o meno trasversale, lingue, cultura, filosofie, religioni, “civiltà”.
Insomma, identitarismo e antropo-etnocentrismo non sono la stessa cosa (è bene sottolinearlo con forza) e non vanno confusi. Né la centratura onfalica è esito necessario della coscienza di identità. Tuttavia spesso lo è, e molte volte lo è stato, soprattutto presso identità in competizione territoriale e ubriache di vittoria dopo grandi e piccole battaglie. Esibizione territoriale.
Chiamamola centratura, chiamamolo onfalismo.
Il processo di centratura ha regole e strutture più o meno uniformi. Sarebbe interessante osservarlo e analizzarlo, ma il tempo non lo consente. Ricordiamo solo che non può avvenire se non con decise procedure di definizione del “sé”, che rafforzano i modelli di unicità e di territorialità, e di progressiva separazione con l’”altro”, o meglio “tutti gli altri”. Mentre il “sé” guadagna centralità, gli altri tendono prima a essere considerati “diversi”, “totalmente diversi”, “rovescio di sé”, “inferiori”; poi, dal momento che turbano il modello di unicità, “opposti”, ”avversari”, “ostili”, “pericolosi”, “nemici”.
La costruzione del nemico è la fase decisiva per la trasformazione della coscienza identitaria in etnocentrismo. Nemici dai quali è necessario difendersi e contro i quali è necessario battersi per garantire, incrementandola, la propria centralità (presentata nella retorica e nella propaganda come “difesa della propria esistenza”). Cresce il “sé” sostenuto da dottrine e ideologie “forti” di unicità, sacertà, pulizia, necessità, superiorità, razzismo, maschilismo, adultismo, provvidenzialismo. E va allo scontro con l’altro. Va all’aggressione degli altri da sé, tecnicamente conscio che l’attacco è più efficace della difesa. La centralità impone una scelta aggressiva e di espansione, la superalimentazione della propria essenza una dilatazione del territorio, impone l’imperialismo, la guerra contro “gli altri”. (mi si passi la rozza proposizione in chiave socioantropologica di note teorie politico-economiche del 1916).
Dai tempi antichi l’Europa ha conosciuto più d’uno di questi processi. Durante il cosiddetto Medioevo numerose e spesso sovrapposte e contrastanti sono state le centrature, più di uno gli onfalismi, (non tranquille acquisizioni identitarie, torno a sottolineare, ma violente affermazioni di territorialismo).
Il romanzo di Normanna è ambientato in una delle fasi finali del grande processo di ombelicizzazione della Spagna, che concludeva proprio in quel 1492 (magari con gli accordi diplomatici) il lunghissimo percorso della Reconquista, nel clima dell’ideologia santiaghista, per dirlo in termini edulcorati. La Spagna che era stata quella di san Domenico e del Pugio Fidei di Ramón Martí, del De fine di Ramón Lull.
Ma se Shemal fosse stato ambientato altrove e in un altro tempo, che cosa sarebbe cambiato? Voglio dire che l’ambientazione non è che un pretesto per la formulazione di alcune idee di base che stanno a cuore a Normanna, come a tutti noi, credo. Io l’ho letto così.
Samaele è un dio crudele, il dio del denaro e del potere, il dio a cui in realtà sacrificano, in un chiaro processo di violenza centralizzatrice, l’inquisitore e i suoi accoliti: “un idolo; un mostruoso simulacro eretto al suo posto, che esige il sangue fresco di continui olocausti umani”, un Dio che separa la materia dallo spirito distruggendo l’unità della persona umana. Un dio maschio, unico, guerriero, che odia e solo strumentalizza le donne. Un dio trionfante e trionfale. Un Dio di cieca disciplina. Quel Dio, pensa Elvira, occupa un trono usurpato.
Elvira sospetta che il grande inquisitore sia una specie di artefice dell’usurpazione, perché ella ha un’idea più rispettabile di Dio: Dio come datore di letizia e di clemenza. Dio come latore di umanità, di unità fra spirito e materia, un Dio molteplice, trino e in movimento, un Dio anche donna (), un Dio del pane nostro, un Dio intimo, un Dio di Pace.
Sublime inganno di Elvira! Apprezzabile inganno di Elvira.
Elvira crede in un Dio che non è mai esistito? Che non esiste ancora? Dio è quanto la santa Chiesa dice che sia. E ai tempi di Elvira era ancora quello, soprattutto Signore potente, anzi, onnipotente. Era l’asse portante di quel “pensiero unico” che dominava il mondo. Nell’esegesi e nella teologia Elvira è sottile, molto sottile. Pur non conoscendone la storia, ne coglie il senso anatomico che gli sviluppi contemporanei le avevano dato (“lo fate in pezzi minuti per conoscerlo”) e propone in alternativa una “mistica individuale” che parte dal cuore e dalla fisicità, una teologia umanistica che avrebbe fatto rizzare i capelli a monsignor Umberto Benigni e a tutto il suo Sodalitium pianum. Elvira non è una martire: è una profetessa. Una profetessa del modernismo.
Vedo il mondo e l’amore e Dio con i miei occhi di donna. … se riusciste ad ascoltare il vostro cuore, avreste la percezione del tutto, sentireste che la nostra fisicità è allo stesso tempo spiritualità, che non siamo scorze con uno spirito dentro, ma che la nostra realtà visibile è simultaneamente spirituale e non può esservi dissociazione. Perciò vi dico che non ha senso impegnarsi per “salvare” le anime: sono da salvare le persone!
Insieme all’esatto opposto dello “spirito dell’Integralismo”, l’esatto spirito anticrociato: contro quella crociata che si svolgeva da lungo tempo nell’interno, nell’Europa cismarina e che aveva lo scopo di “riempire il paradiso di anime” (Umberto di Romans). Ma perché non cogliere qualche altro messaggio più sottile (oltre i dubbi che le dichiarazioni di Elvira seminano nella coscienza dell’Inquisitore)?: che cioè nella mente di Elvira sia annidato un dubbio più radicale: di essere piombata in un mondo assurdo dove la vita non valga, nel bilancio di costi-benefici, dolori-gioie, la pena di essere vissuta: Si coglie dal riferimento insistito alle persone, alla concretezza. Un rimpianto, cioè, di “chiarezza lessicale” (ma perché non chiamare le cose con il loro nome, perché ingannare?); un’accusa all’obbligo della “spiritualità”, dell’”astrazione”, del “credere retto”, di quella religione, insomma. In realtà la speranza inesprimibile per Elvira di un mondo extrareligioso più giusto, perché la religione non può essere risolvere sciarade, “quante persone è Dio e se spira prima il padre o lo spirito santo o quanti angeli, se in numero dispari o in numero pari, gli fan corona”. E, alla risposta data, ricevere, se è quella giusta, la consolante rassicurazione di essere nell’ombelico, a quella sbagliata, due tratti di corda.
“No! Non possono venire da Dio tanto tormento e inclemenza!”.
Quello dell’Inquisizione è rituale giudiziario profano, perpetrato in nome di un presunto Dio, Shemal, usurpatore, il Potere.
Samaele: l’oro, la ricchezza, la guerra, la morte, la follia, l’infelicità di un mondo guidato da maschi votati alla distruzione. È riflessione più alta, al di fuori delle circostanze teologiche, ambientali, “storiche”, private, emozionali e partecipative descritte in questo libro assai bello.
Che dalla descrizione delle “alterità”, anzi della alterità conculcata (le donne, i fanciulli, i “miscredenti”, il pensiero plurale, i poveri …), fa scaturire non i testimoni a carico di un banale processo alla Chiesa secolare, ma i depositari di valori, di energie forti e virtù deboli assai laiche e pluralistiche. È l’altro che abbatterà l’ombelico del mondo.
(Franco Porsia)

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