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Narrativa
La visitatrice | La visitatrice |
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| Scritto da Redazione | |
| lunedì 19 febbraio 2007 | |
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Descrizione
Ogni anno nel mondo si riversano sui banchi delle librerie centinaia di migliaia di volumi di libri (sia di nuova creazione che riedizioni di vecchie opere) in una profusione smisurata, tanto ammirevole quanto ubriacante. La più parte di essi è del tutto inutile, e fa male al cuore pensare a quanti milioni di metri cubi di foreste vengano sacrificati sull’altare della buia futilità consumistica, la quale, più si espande, più spalanca il vuoto della labile e superficiale coscienza contemporanea (stante il fatto che sono ancora pochi, purtroppo, gli editori che, coscienti dei loro limiti, si siano impegnati a pubblicare su carta riciclata o sintetica). Alcuni libri, tuttavia, sono vere e proprie gemme – tali da riscattare da soli il grigiume diffuso dell’intera produzione. Una di queste gemme è il libricino pubblicato dalla BUR (Rizzoli) che disseppellisce e porta alla luce un romanzo breve di Maeve Brennan. Scrittrice irlandese emigrata negli Stati Uniti che pubblicò in vita solo un paio di raccolte di racconti (purtroppo ancora inedite in Italia) Maeve Brennan condusse una ben strana esistenza. Visse, infatti, come il personaggio di quel meraviglioso racconto di Melville che è Bartleby lo scrivano, aggrappata, con le unghie e con i denti, alla redazione della rivista letteraria per la quale lavorò, il famoso New Yorker. Dipendente dal luogo fisico, dai locali, della redazione, la Brennan campò come una barbona di lusso nell’ambiente dei letterati (ignara del motto di Adorno che sentenzia – giustamente – che lo scrittore consapevole sa, alla fine, di essere estraneo a qualunque luogo fisico, a qualunque rifugio, e di essere pertanto un esule ovunque, anche da quel paese fatto di parole che è la scrittura). Ammalata nella psiche, fu senza dimora, e abitò – col consenso dei colleghi – nella toilette degli uffici della redazione. Fino al ricovero in clinica psichiatrica, dove poi la morte la colse. Lasciò un romanzo inedito, che è appunto, La visitatrice, romanzo breve o racconto lungo (un novel psicologico) di un centinaio di pagine dove si narra il ritorno di una giovane irlandese a Dublino, a seguito della morte della madre con la quale ha vissuto per molti anni a Parigi. Il ritorno è in casa sua, la casa del padre – anch’egli morto da lungo tempo – che le spetterebbe per diritto ereditario. La casa, tuttavia, è abitata dalla vecchissima nonna paterna, che, come una strega da favola dell’orrore o come un personaggio di Elsa Morante (che è quasi la stessa cosa) esprime nei suoi confronti, sin dalle prime pagine, una terribile condanna: poiché all’epoca della separazione fra i genitori la ragazza scelse la madre e fuggì con lei a Parigi abbandonando il padre (il figlio della vecchia) il quale a suo dire morì dal dolore, ella non può più meritare alcuna accoglienza. Che muoia dunque esule come ha voluto vivere. La ragazza, inerme e spaventata, prova ad obbedire alla condanna, ma nell’ultima terribile scena, dopo aver simulato la partenza, la si vede accamparsi sotto le finestre della vecchia in preda a un delirio. Difficile non vedere nell’epilogo della storia l’avventura di scrittori come Joyce o Beckett che in esilio dall’Irlanda vissero più che bene; e, per altro verso, la sventura della Brennan che in un esilio che avrebbe potuto essere non meno dorato scelse la via dell’autocondanna, della miseria psichica e della follia. Quasi a confermare – a più duemila anni di distanza – che l’eroe del viaggio che inaugura la letteratura occidentale, Ulisse, è un uomo e che alla donna che si avventuri sulle stesse vie tocca ancora l’atroce dispersione nel mare della follia. Il romanzo è un piccolo capolavoro di letteratura d’ambiente, nel quale i paesaggi della natura sono interamente trasfigurati in quelli obliqui e inquieti della mente. La Brennan è stata accostata a due stelle maggiori del firmamento letterario: a Emily Dickinson e al Joyce dei Dubliners. Io la vedrei con più aderenza affianco alla prima, per la sottile notazione dei sentimenti nascosti, e appunto a Elsa Morante (di cui l’irlandese fu lettrice e estimatrice) per la trasfigurazione metaforica, favolistica (da storia gotica o dark) dei pochi e abbozzati personaggi. Nicola Ghezzani www.psyche.altervista.org Recensioni utenti Non ci sono recensioni degli utenti. Accedi o registrati per scrivere una recensione. |
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