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Lettera al padre  Caldo PDF Stampa E-mail
Recensioni Narrativa
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Kafka Franz
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Descrizione
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Autore: Kafka Franz
Editore: Feltrinelli

In Lettera al padre, lucidissima confessione sulle torturanti relazioni con il carattere incomprensivo e dittatoriale del padre, Kafka scrive di “un immenso senso di colpa” verso se stesso, una sensazione che deriva probabilmente dalla consapevolezza di non corrispondere minimamente agli esigenti canoni paterni. Il padre, commerciante ebreo, desiderava una prole forte, ambiziosa, sicura di sé…il figlio Franz era fragile sotto qualsiasi punto di vista, non esternava i problemi e si chiudeva spesso in un guscio di inesorabile mutismo, introverso, rispettoso dell’altro fino alla maniacalità (non riusciva a concepire il fatto che il padre ricoprisse di insulti tutti suoi dipendenti e gli rimase impressa nella memoria una frase tipica del padre quando discorreva dei suoi inservienti: “Ma non si decide mai a crepare, quel cane rognoso?!”); tutti questi fattori, inaccettabili per la mentalità competitiva e fallocratica del tempo, obnubilarono la razionalità del padre che, in scatti d’ira, arrivava a picchiare il figlio, deridendolo e idolatrando l’immagine di sé stesso come l’emblema della soddisfazione e della stabilità a cui qualsiasi uomo dovrebbe anelare. Il fatto che il padre volesse aver ragione anche davanti al torto palese, il non riconoscergli alcun merito, l’indifferenza verso di lui, causò a Franz Kafka ferite psichiche irreversibili, ancor più brucianti delle cinghiate sulla schiena.
Ma in Lettera al padre, la genialità del boemo non si limita all’auto-compassione, egli accusa il padre non con la superbia egocentrica che caratterizza suo padre stesso, ma con il realismo umile di chi prova a scrollarsi di dosso l’onta di sbagli mai commessi.
Franz Kafka scrive di quando il padre si “puliva le unghie” a tavola con un dente della forchetta e di quando pestò a sangue lui perché aveva tentato di imitarlo.
Nonostante tutti i dolori causatigli dal padre, Kafka non perse l’amore nei suoi confronti ed è forse per questo che volle scrivergli questa lettera.
Il rispetto e la deferente devozione verso il padre sono il deducibile frutto del comportamento paterno ma penso sia indubbia la sua responsabilità anche per quanto riguarda l’assurdità e la conseguente estraneità dall’esistenza: l’alienazione
La “violenta eiaculazione” a cui ha pensato Franz Kafka scrivendo la frase finale del racconto Condanna (frase che è anche il titolo di questo breve tentativo di analisi), rappresenta la forte carica erotica vigente nel variegato microcosmo della letteratura kafkiana. Questa dichiarazione è esplicativa per quanto concerne le relazioni umane del genio di Praga, con una forte emozione la persona passa in secondo piano e prende il sopravvento una visione assurda dell’esistenza; l’uomo passa dal “nulla” che c’è nei rapporti interpersonali alla considerazione piena della propria presenza, in quanto quest’ultima è “inquinata” da un atto surreale e anticonformista.
Il segno dei negativi metodi di formazione educativa utilizzati dal padre si riscontrano anche nella vita sessuale e affettiva di Kafka, i suoi amori (in particolar modo quello con Milena Jesènka) sono fortemente condizionati dall’insicurezza e dalla convinzione di non essere degno di tale considerazione, ed è qui che subentra l’apparente salvezza dell’atto assurdo che, supportato da una generale ricchezza di solitudine, crea un “guscio di protezione” in cui si può vivere in un’illusoria pace e tranquillità. Mirko Roglia

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