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giovedì
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Sabbia  PDF Stampa E-mail
Recensioni Narrativa
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Ligato Antonio
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Autore: Ligato Antonio
Editore: Edizioni Officina Grafica

Cesare Pavese, nell'ambito della sua teoria del mito, sostiene che nell'infanzia di ogni uomo accade tutto. Il resto della vita è un eterno ripetersi degli stessi eventi, che ognuno di noi vede una “seconda volta”, percependone il significato simbolico o, meglio ancora, “mitico”, andando, cioè, al di là dell'apparenza “fenomenica”. Da qui l'importanza dei primi anni dell'esistenza umana, ritornando ai quali si può capire tutto il resto della vita dell'individuo e della specie. Si tratta, senz'altro, di un'eredità decadente, del rinnovarsi, in uno scrittore considerato neorealista come Pavese (certamente lo fu in maniera originale), del mito pascoliano del poeta “fanciullino”, che guarda il mondo con “occhi puri”, individuando, nell'età matura, i “nessi segreti” esistenti tra le cose, che gli sfuggivano da fanciullo, allorquando tutto gli sembrava reale. E' da dimostrare la tesi antropologica, d'ascendenza platonica, secondo la quale la vita umana è un eterno ripetersi di eventi che corrispondono a degli “archetipi” o a degli “stampi”. Ma è certo che ognuno di noi guarda con nostalgia alla propria infanzia, che, poi, non è solo sua. E' quella della sua generazione, rappresenta il “passato”, il “vissuto comune” per tanti che hanno dovuto affrontare la “pena di vivere”. Perciò un “romanzo breve”, come quello di Antonio Ligato, intitolato significativamente “Sabbia” (la sabbia attraversa tutta l'opera, che ricostruisce le vicende della famiglia dello scrittore e giornalista di Melicuccà: è la sabbia dei vicoli in cui anch'egli giocava da bambino ed è anche quella del deserto libico, nel corso dell'esperienza militare del padre), al di là delle affermazioni di modestia contenute nella “Presentazione” dell'autore stesso, non è la semplice rievocazione di una storia personale e familiare, ma acquista importanza per molti che hanno vissuto nel mondo ben descritto dal Nostro e, purtroppo, scomparso. Egli è riuscito proprio - citiamo dalla “Presentazione - ad “offrire uno spaccato di vita passata e vissuta da personaggi reali, proiettati in dimensioni semplici (…) ma ancora palpitanti”. E' la vita dei paesi della sua infanzia, dei paesi della Calabria, ma, in genere, di tutto il Meridione. Erano i tempi in cui ancora venivano esercitati per strada i mestieri del barbiere, del calzolaio, e le botteghe artigiane, come quella del sarto, erano luoghi di riunione e di discussione animata. Proliferavano i “fabulatori” con le loro “conte”, fondate sull'iperbole. Sembrava un mondo immobile. Quando lo descrisse, così com'era, in “Cristo si è fermato ad Eboli”, Carlo Levi fu accusato di “passatismo”. Ma lo scrittore piemontese non difendeva certo i rapporti economico- sociali sui quali esso poggiava, bensì - come ha rilevato Antonio Piromalli - la “sostanza umana”che lo animava, la diversità di ogni individuo rispetto agli altri, che lo contraddistingueva. E gli individui “singolari”, con i loro scatti di orgoglio e la loro spiccata personalità, popolano il libro di Antonio Ligato. Basti pensare a mastro Pasquale l'anarchico che, mostrando le ferite del primo conflitto mondiale, fa indirettamente propaganda contro ogni guerra. Quello descritto da Ligato è un mondo semplice, nel quale i panni si lavavano al fiume e il sapone si faceva con le morchie. Ma - ha scritto Pasolini - “con questi gesti, questo ritmo, questi sentimenti, l'uomo è vissuto; e si è accontentato di vivere, per tanti secoli”. Ligato, da buon studioso di Verga, ha decritto questo mondo minutamente, ma, com'è successo ai migliori scrittori veristi, tra le pieghe della rappresentazione oggettiva della realtà, nel suo “romanzo breve” emerge il sentimento, la nostalgia per un “microcosmo” perduto per sempre. Antonio Catalfamo

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