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Aforismi di Oscar Wilde
Aforismi di Oscar Wilde
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| Scritto da Redazione | |
| lunedì 19 febbraio 2007 | |
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Descrizione
In questa silloge di aforismi, scelti, tradotti e suddivisi secondo un criterio tematico da Alex R. Falzon, il lettore può percepire tutto il sottile, raffinato, a volte amaro umorismo del linguaggio wildiano, semplice e arguto, sofisticato e diretto al tempo stesso. Come ci ricorda il curatore, il titolo Aforismi può apparire improprio in quanto Wilde non ha mai scritto un opera del genere. In realtà si tratta di frasi, battute, frammenti tratti dall’opera del celebre scrittore irlandese caratterizzati, quasi tutti, dalla brevità della forma e dalla arguzia provocatoria del contenuto. L’espressione ‘aforisma’, viene dunque utilizzata come «termine di convenienza, un iperonimo, una parola-cappello sotto la quale» il curatore ha «raggruppato forme diverse come epigrammi, massime, pensieri, calembour, apoftegmi ecc., la cui collocazione più consueta si ha in teatro, in poesia oppure […] nei diversi tipi di prosa». Ogni aforisma riporta tra parentesi l’opera dalla quale è stato estratto e riadattato per l’occasione. Non essendo stati concepiti dall’autore come opera a sé stante, i vari brani sono stati lievemente modificati dal traduttore, il quale, a volte, ha opportunamente eliminato alcuni elementi lessicali e/o sintattici presenti nel testo di partenza, come ad esempio i deittici, i pronomi relativi, i dimostrativi, che avrebbero perso di senso una volta sottratti dal loro contesto originario. Nel leggere i vari aforismi si percepisce un italiano vivace, fresco, gustoso che rende bene nella nostra lingua quelle stesse qualità rintracciabili nell’originale inglese. In questo senso si può parlare di una traduzione riuscita, che non tradisce mai il senso e, soprattutto, lo spirito originari. Il compito del traduttore è, si sa, arduo e problematico; Alex R. Falzon, traduttore esperto e anglista sensibile, riesce tuttavia a offrirci un’ ottima versione italiana di quello che è ormai diventato un classico della letteratura mondiale. Un’attenzione particolare va riservata al paratesto di questa edizione, ovvero a ciò che costituisce l’apparato esterno ma complementare a ciò che Wilde ha scritto e che l’edizione Mondadori, a cura di Falzon, contiene; nella fattispecie si segnalano l’indice, che riporta la divisione tematica degli aforismi, l’opportuna avvertenza del traduttore, la puntuale ed esauriente cronologia della vita e delle opere di Wilde, la bibliografia essenziale che dà conto dei principali studi in inglese e in italiano sull’opera dello scrittore e, soprattutto, il denso e penetrante saggio introduttivo che, da solo, avrebbe meritato la pubblicazione. L’intervento critico di Alex R. Falzon, intitolato “Oscar Wilde: signore del linguaggio”, prende in esame nello spazio di ben 45 pagine l’intera opera di Wilde dalla quale sono stati estratti gli aforismi, seguendo il filo conduttore del linguaggio quale strumento principe elevato da Wilde a motore della sua opera, strumento provocatorio e ardito della sua poetica, attraverso il quale emerge tutta la distanza che si viene a creare con quello dei suoi contemporanei. Come giustamente osserva Falzon, infatti, «il divario che separa Wilde dalla maggior parte dei vittoriani è innanzitutto linguistico, perché è nella lingua che le loro rispettive divergenze culturali trovano un’immediata espressione». In effetti Wilde, attraverso l’utilizzo di un linguaggio aforismatico, appunto, e paradossale, mette in discussione i luoghi comuni, l’opinione corrente e, in generale, tutto quel sistema di valori appartenenti alla società inglese dell’Ottocento. A spezzare il processo di modernizzazione a cui l’autore aveva sottoposto la lingua a lui contemporanea e che aveva trovato il suo apice con L’ importanza di essere onesto fu, nel 1895, il susseguirsi di processi che lo mandarono in carcere e, successivamente, in esilio. Come ci ricorda il curatore: «le conseguenze del processo furono disastrose sul piano umano e quindi anche su quello letterario; tutto quanto scrisse dopo Earnest (vale a dire La ballata del carcere di Reading, poema pubblicato nel 1898, e il De Profundis, uscito postumo e in versione ridotta nel 1905) rappresenta una vera e propria regressione verso moduli espressivi precedenti[…], verso quella vena morboso-sentimentale [...] tipica […] delle fiabe e delle prime commedie – una vena dalla quale sembrava essersi emancipato […]». Quello degli ultimi anni è, infatti, un Wilde decadente, preraffaellita, rassegnato, che scrive poco e in un tono spesso patetico perché ha perduto ogni stimolo e che, addirittura, in punto di morte si converte al cattolicesimo. Ma, come osserva acutamente Falzon: «c’è un altro motivo, al quale forse i biografi non hanno dato il giusto peso, che doveva tormentarlo e impedirgli di continuare a scrivere: l’esser stato dichiarato insolvente implicava non solo la perdita dei diritti d’autore sulle opere scritte prima del processo ma anche su tutto quello che avrebbe scritto in futuro; in altre parole, essendo Wilde debitore nei confronti del marchese Queensberry, i diritti su tutto quanto lui avrebbe scritto dalla condanna in poi sarebbero finiti all’odiato padre di “Bosie” e scrivere avrebbe voluto dire avere Queensberry come destinatario finale». Se la storia fosse stata diversa, se nessun processo lo avesse colpito ed egli avesse proseguito la sua carriera artistica sulla scia di Earnest, e dunque del trionfo del nonsense, del potere del linguaggio, un linguaggio polisemico che rivela insieme l’assurdo e il molteplice, che dispiega una schiera di personaggi dalla identità doppia, insomma se fosse andato in direzione del ‘moderno’, allora con ogni probabilità «si sarebbe trovato nell’epicentro delle avanguardie europee», accanto a nomi come James Joyce e Virginia Woolf, Ezra Pound e T. S Eliot. Invece, conclude Falzon «diventò un’altra persona, una specie di caricatura del suo vecchio “io”: lui che era sempre stato così disposto a trascendere il presente – lo sguardo rivolto al futuro – fu costretto, negli ultimi anni della sua vita, a retrocedere, a giungere a uno squallido compromesso con un’attualità che lo negava. La società vittoriana aveva vinto, aveva finalmente piegato il suo splendido spirito irlandese». In conclusione, un piccolo appunto. Dispiace, infatti, in un libro così ben curato, l’assenza del testo originale a fronte, utilissimo non soltanto per specialisti e studiosi, ma anche per il lettore comune che voglia assaporare le potenti e pungenti vibrazioni dell’originale inglese. E tuttavia, considerando l’alta qualità della traduzione e l’ottima impostazione dell’apparato critico-intepretativo, si può senz’altro affermare che questo volume, edito da Mondadori, sia di gran lunga la migliore edizione degli Aforismi di Wilde attualmente in commercio. Francesco Petrocchi Recensioni utenti Non ci sono recensioni degli utenti. Accedi o registrati per scrivere una recensione. |
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