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Narrativa
La fidanzata e altri racconti | La fidanzata e altri racconti |
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| Recensioni Narrativa | |
| Scritto da Redazione | |
| lunedì 19 febbraio 2007 | |
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Descrizione
Recensioni Autore: Cechov AntonUn tributo sincero ad un poeta di prosa che non gode di echi immense ma che nel ghiaccio caldo della letteratura russa dell'ottocento, pur brillando forte, non disturba. Tributo ad Anton Cechov (1860- 1904), romanziere, sceneggiatore, raccontatore discreto ed equilibrato, vivo il tempo necessario a dare voce a ciò che la scienza umana, letteraria o meno che sia, non sempre riesce a dare risposta. Parlo dello studioso, umile medico a cui mi ispiro, così per spennellare quella parte della creatività umana che non osa solo nel campo dell'invenzione e della scoperta, ma che si addentra nell'analisi e nell'osservazione acuta, così da generare oltre che storie, idee, personaggi e pensieri, anche fonti di spunto per gli uomini a venire. Ciò a onore di quello che magari non si cosparge di grandiosità nel presente e nei posteri, ma che si fa portavoce dei tempi e delle tematiche, belle e terribili, che li attraversano. Cechov scrive per il teatro, tempio assoluto di chi osserva e traduce, e si concede viaggi morbidi nella prosa romanzata attraversando la steppa umana della Russia zarista restaurata e consegnata a Nicola II. Finisce così per evidenziare nelle vastità delle pianure fredde e nelle province che ne fanno l'ossatura, i piccoli sguardi, le impercettibili movenze e le atroci debolezze umane sopravvissute ai più conosciuti maestri della narrativa sua conterranea. Non che ciò si manifesti in lui in via esclusiva (mancherei di rispetto anche a me stesso, essendo innamorato dei grandi russi del passato), ma sarebbe indegno sottovalutarne il modo, la chiarezza, la modernità e la giusta (!) chiave di lettura. Entro nello specifico e suggerisco “La fidanzata e altri racconti”, piccola raccolta (piccolissima per la verità) di storielle brevi inquadrate nello schema ritrito della società della seconda metà del secolo scorso. La straordinarietà pittorica delle mini-novelle non è lo schema espositivo che ne sormonta la narrazione ma il sottile quanto evidente tratto comune che le abbraccia inequivocabilmente. Con pace del clima vecchio stile e in antitesi con la proverbiale immobilità del tempo e dei suoi luoghi, Anton Cechov richiama la donna come strumento catalizzatore di debolezze, ansie, sogni, progetti e disillusioni del microcosmo umano, servendola di quanto basta per ricoprire i ruoli più indicati allo scopo. Ogni racconto è costituito da un piccolo dramma, montante fino al punto in alcuni casi da diventare tragedia d'introspezione che connota la vita presente della protagonista femminile. Sia in relazione con l'universo maschile, sia in considerazione dei vincoli sociali e delle enormità impenetrabili dei costumi dell'epoca, depurati però a mio avviso, all'occhio del lettore dalla possibilità di non rileggerli in chiave moderna. Detto in altri termini, con pace di chi ha già rinunciato a leggermi, la figura femminile di Cechov è uno strumento ideale per ritrovare in chiave moderna le stesse problematiche e le stesse fonti di pensiero che agitano e governano il mondo donna, senza scadere nella retorica o nella banalizzazione su cui l'argomento è perennemente in bilico. Ciò senza dubbio si deve all'impronta straordinariamente ironica che l'Autore riesce a conferire al tutto, oscillando in modo accattivante tra misoginia di prima lettura e compassione per lo scontato edonismo maschile, reso impotente dall'abitudine e dalla necessità. Mi preme sottolineare tuttavia come, richiamandomi a quanto accennato in avvio, sia proprio l'approccio narrativo di Cechov ad esporre i suoi racconti ad un facile apprezzamento. L'Autore vive, scrive e descrive non solo con l'occhio del letterato appassionato, ma anche e soprattutto con lo sguardo dell'antropologo, dell'etnologo, dello studioso di sociologie umane che apre con indefessa curiosità tutti gli scrigni della mediocrità, della paura e della trascuratezza degli uomini. Cechov è un cronista di persone, prima che di storie e con leggera naturalezza riesce a rendere eterno il succo di ogni suo messaggio per il semplice fatto che si appoggia su elementi della vita quotidiana assolutamente non contestualizzabili. È un po' la ragione ultima per cui ci si tuffa in Plauto, in Seneca o in Cicerone con la fiducia di non dover odorare muffa o sentimenti annacquati dal tempo. Lapalissiana forse, ma sicuramente integra come ragione di lettura. Forse è lo zampino del teatro a garantirne la natura trasversale nei secoli o forse l'incredibile capacità di trasmissione di piccoli gesti o intenzioni delle varie protagoniste. Indiscutibile la capacità discreta di dire tutto senza bollire minestre e senza rinsecchirsi nell'ermetismo, con la facilità comunicativa di un giornalista pittore. Rimane l'intenzione di suggerirne la ricerca e la conoscenza con lo sguardo di chi ne fa un regalo. Avverto il desiderio di rilanciarne anche l'efficacia emotiva, racchiusa in una malinconia fisiologica tipica delle leggende letterarie russe, poco adatta forse alla primavera planante, incestuosa del nostro inverno. Ne richiamo la dolce ineffabilità di cose che tornano e torneranno ancora. Senza rigagnoli di tristezza indefinita, ma con la saggia serietà che profonde anche nelle ironie più sottili. Vorrei per un secondo avere la penna di Cechov, di cui per il momento emulo l'occhio mobile sulle nostre verità e sulle comicità da esse indotte. Giampiero Venturi Recensioni utenti Non ci sono recensioni degli utenti. Accedi o registrati per scrivere una recensione. |
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