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Faust  Caldo PDF Stampa E-mail
Recensioni Teatro
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Pessoa Fernando
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Autore: Pessoa Fernando

Faust è la consapevole drammaticità di una sconfitta. Cerebrale, spirituale, psicologica, esistenziale. È il doloroso epilogo architettato con sofferenza da Pessoa, di un percorso umano forzato in un circuito letterario, dove l'intelligenza e la volontà provano ad appropriarsi di uno spazio concreto, fallendo misericordiosamente.. Una rappresentazione incalzante con l'indiscutibile tormento delle perturbazioni umane aggregate dal soliloquio e colorite dal pessimismo e dal fatalismo lusitano. Il poemetto, diviso in 5 atti, disponibile con testo originale a fronte, è una spremuta di fisiologie e patologie della psiche rese strofa e parole dal confronto agghiacciante con la parabola della vita. Il primo dei cinque atti intromette all'ontologia stessa di Faust, impigliato in soliloquio e in confronti a sfondo cieco. Con il dolore e la curiosa profondità di un neoeletto allo scranno dell'esistenza, Faust è l'Intelligenza umana che domanda a se stessa l'a-b-c dei perché e il principio della sofferenza. Il Faust è la razionale volontà di capire la vita e di collocarsi in un punto specifico di essa in modo apparentemente puro. La non identificazione della parabola della vita o l'impossibilità di farne proprio un tratto, ne determina il fallimento e la prima rinuncia fondamentale. Quel che sarà dopo è frutto e conseguenza di questo approdo mancato. Il procedere di Faust, in verità ancora verecondo e sincero, scaturisce dalla mancata comprensione della vita stessa e in apparente tranquillità entra in una fase nuova, più decisa e autoritaria in superficie. Prima grande incomprensione. Secondo atto e si capisce che l'”autoritaria” va in teso in senso sfacciatamente introspettivo. Lo scontro tra l'Io e la Vita assume la faccia del fallimento di un tentativo di controllo. Dominanti principali: la paura dello smarrimento e della morte (sia in senso stretto sia di doverla affrontare), con l'incombere del progressivo disconoscimento della propria interiorità. “Voler essere, sasso inutile al mare! Sacco per raccogliere il vento, cesto d'acqua, cacciatore dell'ululato remoto dei lupi….” La mèta finale, in uno scontro tra Faust maestro (l'autorità di cui parlavo prima) e un discepolo che varia, è la certezza di non poter prevalere sul timone imperscrutabile dell'esistenza. L'esistenza avvolge la pervicace volontà di Faust di comprenderla e cavalcarla. Si sottrae con nobile sussiego, dando al raziocinio umano visto da Pessoa, il senso della solitudine più negra. Si entra nel terzo atto con l'avvilimento e l'impotenza necessari ad un rifugio completo nei sentimenti. È la grande illusione. In realtà l'Autore ha già introdotto il suo Faust nel tunnel del nichilismo. Il devastante peso del timore generato dai primi due atti denuda il disorientamento totale che oppone Faust all'amore. Il rifiuto dell'apertura agli altri e alla passione degli altri, concentra nell'odio per il tempo che appare troppo lento, il germe dell'autoannullamento. Faust è ossessionato dalla presunta persecuzione dell'altro e pur rifiutando vergogna e superbia ammette di temere l'abbraccio dell'Amore. L'occhio del reale scruta Faust in un senso di cospirazione rigida che solo la sua paura gelida riesce a leggere tale. L'ipotetica Maria che interloquisce con lui è dolce e tenera e incarna l'amore senza scopo che l'Intelligenza obnubilata, in odio con se stessa, rifiuta o non completa. La fine del terzo atto è terribilmente potente di fredda e razionale violenza autolesiva. Il senso del nulla e della solitudine sale di consapevolezza. Il quarto atto è il cedimento. La razionalità chiede l'aiuto dell'oblio e si abitua. Sembra lontana la cruda sofferenza dell'Io che cerca se stesso. Tutto lo sforzo si banalizza e si inquina in una ricerca senza velleità. La rabbia di Faust è cieca e sorda e plana sul viale claudicante del fatalismo scolorito e sciapo. Beve il filtro della dimenticanza ma con orrida violenza capisce che non sarà sufficiente. L'Intelligenza dell'Io si diluisce e dilania il suo dolore nel rancore alla Vita. Il preludio alla fine, alla morte, all'avvicinamento con l'oggetto della paura che lo accompagna fin dall'alba del poema. Il quinto tratto è morte e trionfo del nulla. L'impossibilità della ricerca che capisce i suoi effetti vani, si avvolge dietro una pellicola di dolore silenzioso e invoca l'abbraccio finale. Un epilogo massacrante di arrendevole cedimento all'indifferenza, al mastino implacabile che deprime l'anima senza presentarsi. Il tutto in una personalizzazione della morte che appare salvatrice e tenera, meno terribile di quanto sofferto prima. Faust è un frutto acido reciso e salvato, unico e degno di gloria. Un simbolo di individualità sopraffina e consapevole, debole, sciagurata e umana, senza per questo odorare di fastidioso compiacimento. Da leggere con la giusta consapevolezza, traendo spunto per capire oltre Pessoa, gli inquietanti meati dell' abisso individuale, in cui ogni pensante si rende conto e responsabile insieme. L'ho ricevuto in regalo a suo tempo. Ho ringraziato molto dopo. Giampiero Venturi

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