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domenica
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Il fuoco e la creta  PDF Stampa E-mail
Recensioni Narrativa
Scritto da Redazione   
lunedì 19 febbraio 2007
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Assini Adriana
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Descrizione
Recensioni
Autore: Assini Adriana
Editore: Spring

Millesettecentonovantanove: visitate Venezia, Firenze, Roma, Werner Träumer conclude a Napoli il suo Grand Tour: il viaggio in Italia, alla scoperta delle radici classiche della cultura moderna, che un tempo – prima della fotografia, del cinema, delle comunicazioni che hanno reso disponibile a domicilio l'immagine delle bellezze lontane – era obbligatorio per i rampolli delle classi agiate e colte d'Europa.
Alto, biondo, fascinoso, il giovane aristocratico di Colonia si aggira come un dio nordico per i vicoli miserabili e pittoreschi della città vesuviana. Tutto gli appare nuovo e vitale. Lo spirito di quella gente cenciosa si insinua nel suo animo freddo come le nebbie renane. Sono i lazzari, gli scugnizzi, che si lasciano portare dal flusso della vita senza chiedersi quale ne sia il senso, o affidandone la chiave a una saggezza antica, melanconica e leggera, che legge l'iniquità della sorte come un male ineluttabile, contro cui non c'è rimedio. Quindi nemmeno ribellione possibile, né sensata.
Ma in quell'anno fatale, allo scadere del secolo dei Lumi, la metropoli marina, immobile nei secoli sotto viceré stranieri e sotto il Borbone, è scossa da una febbre nuova. Da dieci anni ormai la Francia è agitata dalla furia iconoclasta della Grande Révolution, dal suo tentativo di rimodellare gli istituti del vivere civile in forme più consone alla maturità del Terzo Stato. All'orizzonte del Direttorio si staglia ormai la figura in ascesa del “piccolo caporale” che si farà di lì a poco Imperatore dei Francesi e tenterà d'imprimere sull'Europa il marchio della nuova era. Già è calato in Italia mietendovi sonanti vittorie e ha instaurato nel Nord una repubblica bonapartista.
Napoli risponde a quel richiamo poderoso. Una ristretta crema intellettuale, armata d'idee giacobine e appoggiata dai francesi, proclama la repubblica. Contro il suo tentativo di portare sulle rive del Golfo gli ideali transalpini di libertà, uguaglianza, giustizia; e così di porre fine ai privilegi della nobiltà neghittosa e del clero untuoso e rapace, si leva non solo la reazione rabbiosa dei ceti nobiliari e dei preti, ma la moltitudine pezzente dei lazzari. Come vedrà lucidamente lo storico vichiano Vincenzo Cuoco, meditando in un'opera famosa su quell'esperienza dal tragico destino, la minoranza degl'illuminati non poteva evitare di scontrarsi con la soggezione del popolo napoletano alla presa ideologica del clero e dell'aristocrazia. Di restargli perciò estranea, d'esserne sentita come nemica.
E' questa la Napoli che si presenta allo stupito viaggiatore: sotto le ceneri del fatalismo della gente dei vicoli cova la brace della rivoluzione. Risale tra le bottegucce e i “bassi” di San Gregorio Armeno, dove per tradizione antica – e ancor oggi – una schiera di artigiani offre figurine di presepe modellate con mano sapiente e ornate di abiti sontuosi. Entra in confidenza con un piccolo clan di figurinai: Aniello Fiore l'artista dei presepi, la sartina Jolanda Croce, Ciro lo Spadaro, trovatello che Aniello ha adottato, il garzone storpio Giacinto. Attraverso la scombinata compagnia, penetra nel segreto di quel popolo fatalista. Ed è turbato nel suo spirito illuminista ma sensibile al fascino di quel “Lasciate che la vita scorra!”, il motto dello Spadaro scanzonato, a sentire il quale sempre il misero è soggetto al ricco, il debole al forte, si può cambiare padrone ma nulla mai può mutare veramente. E allora tanto vale lasciarsi trascinare dal flusso colorito della vita, e goderla così com'è.
Fra l'allegria e il lercio aspetto dei bassi il giovane Werner viene catturato – ma è avventura senza futuro: alla fine le caste non si mescolano – dalle negre chiome e dalle forme sode di Jolanda, che lo segue a Capri quasi per vendetta del rifiuto d'Aniello. E con aspro cruccio di Giacinto, roso da disperata passione per la splendida sartina. La continua disputa fra il giacobino renano e i miserabili filo-borboni si stempera nell'intreccio dei sentimenti e dei personali destini.
Finché la compatta cortina del fatalismo e della soggezione non viene lacerata dalla fuga vigliacca del re: subito ripudiato dal saggio figurinaio, vedrà anche altri popolani correre in frotta alla difesa della repubblica, attaccata dalle masnade del cardinal Ruffo e dalla flotta inglese al comando di Orazio Nelson.
L'avventura audace e disperata della Repubblica partenopea durerà lo spazio d'un mattino: soffocata nel sangue, rimarrà come esempio per gli audaci che giusto cinquant'anni dopo, a Venezia, a Brescia, a Roma, rifiuteranno la resa e proseguiranno dopo l'abbandono del secondo Bonaparte, resistendo a difesa delle gloriose repubbliche cittadine del '49, l'epopea risorgimentale.
Resta a noi lettori il quadro lieve che Adriana Assini ci fa di quella stagione, vista con gli occhi d'un viaggiatore venuto da lontano: non turista superficiale, come troppo spesso ci accade visitando senza capire le terre altrui, ma partecipe del dramma di una città e del suo popolo. Adriana Assini è anche acquerellista: le sue storie le narra, sempre, anche col pennello. Dalle terre celtiche e dalla tarda era di mezzo che le sono care, questa volta è venuta a visitarci, per tempo e per luogo, più da vicino. E anche stavolta, nel cambiare paesaggio, in qualche misura ha adattato anche lo stile, il mezzo, la forma attraverso cui ci trasmette le cose narrate. Se il Quattrocento di Gilles e Jeanne ce lo aveva rappresentato come una pala gotica fiammeggiante e la foresta di Soignes come un arazzo Gobelins, la Napoli di Luisa Sanfelice e del Vico dei Figurinai ci appare, nel suo ritratto, come una composizione animata di ceramiche versicolori di Capodimonte. E ancora una volta ci godiamo la sua lettura.
Stefano Sacconi

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